Le convention di fantascienza italiane hanno un sapore agrodolce: agro perché tanta energia spesa per allestire un evento raccoglie molto meno di quanto meriterebbe, dolce perché chi vi infonde tale energia è immune a qualsiasi forma di scoramento: agisce in nome di una forza superiore, la passione per la fantascienza.

Gli organizzatori della DeepCon, Flora Staglianò su tutti, sono così. Da anni non si risparmiano l’onere di scegliere i relatori, di invitare gli ospiti internazionali, di gestire gli inconvenienti e di offrire un programma vario e degno di una Con di livello europeo. The Dervish House UK

Nella mia breve esperienza di “Con-venuto”, ho avuto modo di verificare la diversa considerazione che tali riunioni riscuotono in Italia e altrove. Per fare alcuni numeri, i Delos Days del 2013 a Milano hanno raccolto circa 400 adesioni, mentre la EasterCon Odyssey 2010 di Londra contava circa 3000 partecipanti e alla prossima WoldCon 2014, sempre a Londra, ci saranno almeno 7.000 persone. Addirittura si vocifera che in luoghi ancora al di fuori delle geografie fantascientifiche formalmente riconosciute, come la Pyrkon a Poznan in Polonia, le Convention attraggano decine di migliaia di fan (24,500 come testimonia Charles Stross qui).

In questo panorama di slanci e depressioni, la DeepCon 15 è stata una tre giorni molto interessante. Scrittori, traduttori e editor si sono incontrati con i lettori e gli appassionati, hanno mangiato e bevuto insieme, facendo comunella e scambiandosi opinioni su questo o quell’altro libro, film e serie TV/Web. Ma quando l’ospite d’onore di quest’anno è Ian McDonald… ecco che l’atmosfera acquista un sapore diverso: il dolce si unisce allo “speziato”; speziato come il lessico di un autore incredibile, un vero e proprio esploratore della psicogeografia del futuro.

BrasylIan McDonald va a caccia di spezie narrative in luoghi esotici come il Giappone, il Brasile, l’India e la Turchia per restituirci affreschi romanzati sui cosiddetti paesi in via di sviluppo nella tradizione di autori come Stevenson, Conrad e Kipling. La vocazione per la fantascienza (nella sua accezione più speculativa) porta Ian McDonald a fondere i temi sociali, politici ed economici con quelli strettamente tecnologici e – a differenza di quanto ritenuto da William Gibson e cioè che “il futuro sia già qui, solo che non è equamente distribuito”, – a suggerire un uso “diverso” della tecnologia, uno strumento capace di farci andare da qui, da noi nel primo mondo, a loro, laggiù nel secondo o nel terzo mondo. Da questa scelta deriva un’impostazione, una visione del mondo in generale che connota romanzi tipo “Brasyl”, “Rivers of Gods” e “The Dervish House” (solo per citarne solo alcuni) come fantascienza “post-coloniale”.

Se esotico rimanda ad alieno, i mondi di Ian McDonald sono tanto vicini a noi – per storia, tradizioni e cultura – quanto lontani nelle loro declinazioni sentimentali (intelligenze artificiali che sfruttano le relazioni umane per innamorarsi), nelle derive ambientali (si può trasportare un iceberg dal Polo Sud all’India per fornire acqua fresca a una nazione assetata?) e anche religiose (la nanotecnologia come mezzo di diffusione del “meme” di Dio).

Non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione di intervistare uno dei miei autori preferiti. Il video della nostra chiacchierata è qui, grazie alle riprese di BCAA.

A questo aggiungete anche l’incontro, stavolta dal sapore molto piccante, con Dominic Keating, alias Malcom Reed di Star Trek Enterprise e avrete un quadro completo della soddisfazione che si può trarre da una DeepCon.

 

Il prossimo post sarà sui workshop di scrittura di fantascienza, insieme e grazie a James Patrick Kelly.OLYMPUS DIGITAL CAMERA

P.S. Da ultimo, una breve menzione al fatto che #Livido si è aggiudicato il premio Cassiopea (dalle mani dello storico curatore di Urania, Giuseppe Lippi)